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Semplicemente Fabio

Duro, inflessibile, esigente con gli altri e con se stesso, Fabio Capello, classe ‘46, calciatore e ora allenatore tra i più noti al mondo, ha contribuito forse più di ogni altro a ribaltare oltre i confini il luogo comune dell’italiano indolente, privo di mentalità vincente. Alla continua ricerca di nuove sfide, da pochi giorni ha firmato il rinnovo del contratto che lo lega dal 2012 alla nazionale russa. Dopo averla riportata ai mondiali, in Brasile – ne era rimasta esclusa da 12 anni – la guiderà fino ai successivi, che si terranno proprio in Russia,nel 2018.

Alla continua ricerca di nuove sfide, da pochi giorni ha firmato il rinnovo del contratto che lo lega dal 2012 alla nazionale russa. Dopo averla riportata ai mondiali, in Brasile – ne era rimasta esclusa da 12 anni – la guiderà fino ai successivi, che si terranno proprio in Russia, nel 2018.
E poi?

E poi basta, mi fermo. Sarà sicuramente l’ultima tappa… l’età conta.

Lo aveva detto anche nel 2006. Intervistato da Repubblica, disse che nel 2008 si sarebbe ritirato dal calcio per dedicarsi ai viaggi, la sua passione. Poi invece la Spagna, l’Inghilterra, la Russia. Era questo che intendeva quando parlava di viaggi?

Amo viaggiare, è vero, ma per lavoro è un’altra cosa…Comunque in quell’intervista dicevo la verità, poi però ho avuto proposte talmente entusiasmanti che uno con il mio carattere non avrebbe potuto mai rifiutare. Io ho bisogno di continue sfide, di forti motivazioni e soprattutto della stima di chi mi cerca: la Russia mi ha fatto una proposta che conteneva tutte queste cose. La sfida era riportare, dopo dodici anni di assenza, una nazionale così blasonata ai mondiali. Io l’ho accettata e l’ho vinta..

Dall’ultima tappa – ma lo sarà davvero? – alla prima. La sua carriera calcistica cominciò con un formidabile no. Quello che suo padre Guerrino, maestro elementare, disse al mitico Gipo Viani, che da ragazzino la voleva portare dal Pieris al grande Milan: ma il papà aveva già preso un impegno con la Spal e non se la sentì di tradire la parola data. Testardaggine, orgoglio, senso dell’onore sono qualità che hanno accompagnato la sua vita di calciatore e allenatore. Le ha ereditate da quel maestro?

Assolutamente sì. Mio padre è stato un grande punto di riferimento per me, anche se sono andato via di casa a 15 anni per giocare a calcio. La sua storia è un esempio di forza e rettitudine, sopravvisse ai campi di concentramento nazisti arrivando a pesare 40 chili. Lui, a partire da quel no, mi ha insegnato che la parola è la parola, che una stretta di mano vale quanto una firma.

Mentalità vincente, intelligenza tattica, fermezza, capacità di creare lo spirito di gruppo e di capire la psicologia del singolo. Quale di queste qualità che tutti le riconoscono l’ha più aiutata nella sua carriera di ct?

R Tutte sono importanti. Nel calcio, per prima cosa bisogna saper capire chi hai davanti: in che squadra lavori, in che nazione, chi sono i giocatori che hai in mano. Solo quando hai compiuto questi passi puoi cominciare ad infondere lo spirito di gruppo, che se c’è porta a risultati ben maggiori delle potenzialità della squadra. Ma il mio vero segreto è tutto in una sola parola: rispetto. Tra tutti e verso tutti. E’ essenziale per raggiungere grandi traguardi. Ai miei ragazzi dico sempre: se trattate male un cameriere pensate che quell’uomo potrebbe essere vostro padre. Vi piacerebbe se qualcun altro lo trattasse così?

A proposito, lei regalò in un sol colpo la felicità a trentamila “camerieri”, almeno così si disse. E passò alla storia. Era il 14novembre del ’73.

Eravamo a Wembley. L’Italia espugnò per la prima volta la tana dell’Inghilterra,vincendo uno a zero, con il mio gol. I tabloid inglesi da giorni chiedevano alla squadra di casa di dedicare la vittoria – scontata,per loro – alla principessa Anna, figlia di Margaret, che quel giorno andava in sposa a Mark Phillips. Ma, soprattutto, ironizzavano dicendo che sugli spalti del tempio del calcio ci sarebbero stati ben trentamila camerieri italiani, perché quello era il lavoro più diffuso tra i nostri emigranti. Beh, quel gol fu un’emozione vera, irripetibile, ce l’ho ancora dopo tanti anni perfettamente viva in testa. La dedica toccò a me e fu per quei trentamila: è stato il più bel regalo che potessi fare ai nostri connazionali. E che potessi fare a me stesso. Felicità pura.

Eppure la dipingono duro, gelido, impenetrabile e impermeabile alle emozioni. Solo le opere d’arte e della natura – lo ha detto più volte – riescono a scalfire questa sua corazza.

Non è vero. Io sono serio, non duro. E neanche gelido: do confidenza e amicizia solo a pochi e raramente sono persone del mondo del calcio. Con i miei amici veri e la mia famiglia sono tutt’altra persona. Ma è vero che solo un film, un’opera d’arte o un paesaggio riescono ad emozionarmi fino alla commozione.

Dunque è vero anche che i viaggi sono la sua grande passione.

R Ho viaggiato in ogni angolo del mondo per il mio lavoro. Dovrei essermi stancato. Eppure per me la vacanza resta viaggiare, riesco a star fermo solo per poco. Adoro scoprire le vestigia di antiche civiltà ad esempio. E’ uno dei motivi per i quali amo la Sardegna, dove si può abbinare il mare stupendo alla cultura, visitando ad esempio i nuraghi. Anche per questo prima o poi tornerò al Forte Village.

Torniamo al calcio. Anzi, ai calciatori. Ne ha allenati tanti, in diversi Paesi: Italia, Spagna, Inghilterra, Russia. In cosa sono diversi?

Partiamo dal presupposto che, di base, i calciatori sono tutti uguali: egoisti, pensano sempre e solo a se stessi e vogliono giocare sempre. Però differenze ci sono, soprattutto nel modo di vivere fuori dal campo, perché con me, dentro il campo, rigano tutti dritto. Semplifico: gli italiani adorano le discoteche e le donne, gli inglesi i pub e alzano un po’ troppo il gomito. I russi? Sono ancora nuovi per me, però è vero che sono un po’ parvenu, nuovi ricchi, sempre attenti alle griffe giuste e portati al lusso sfrenato.

Il calciatore che le è piaciuto di più, o le piacerebbe, allenare?

Ne ho allenati talmente tanti che solo con i miei preferiti si potrebbero fare due o tre squadre. Però al primo posto metto certamente Paolo Maldini e Billi Costacurta. Li ho visti crescere nelle giovanili, avevano solo 14 anni, e poi li ho allenati da grandi campioni. E’ stata una soddisfazione e un piacere farlo.

Gianni Mura disse di lei: <E’ il Cabernet Sauvignon degli allenatori, dove lo metti sta, e dà frutti>.

E’ un vitigno che mi piace. Spero solo di non essermi seccato con l’età e di poter dare ancora qualche frutto.

Da qualche anno lei guarda l’Italia da lontano, senza lesinare critiche. Vede una luce in fondo al tunnel per il nostro Paese? Ci tornerà da nonno?

Da quando vivo fuori Italia mi sento più italiano che mai. E mi dispiace che il Paese Viva questa enorme crisi. Però adesso sono felice che sia arrivato un nuovo leader giovane che ha idee e voglia di fare, uno che non pensa solo al proprio orticello ma al bene del Paese…

Ma lei non era berlusconiano?

Io sono berlusconiano, ma Matteo Renzi mi piace. Non guardo al colore politico, ma alle capacità e alla voglia di fare.

Un’ultima domanda: se non avesse sceltoil calcio, cosa farebbe oggi Fabio Capello?

Il pilota di aerei. La mia grande passione.Purtroppo non sono mai riuscito a sedermi ai comandi di un velivolo, ma un giorno chissà, mai dire mai.